Il perturbante nella società di massa: contaminazioni pop tra i fornelli

Come l’ostentazione del sesso ha prodotto un’eccitazione diffusa ma caratterizzata da tratti frigidi e quasi casti, così il fornello onnipresente promuove un appetito diffuso che, paradossalmente, alla lunga ci priverà della fame. Con grande gioia di alcuni stilisti intellettualoidi, per i quali le taglie oltre la 40 sono volgari. Nulla di nuovo sotto al sole: l’artista Oldenburg identificava già, decenni or sono, il vuoto intellettuale della società post-atomica con il più corrente dei generi di consumo, il cibo di massa. Come abbiamo una “storia dell’arte di capolavori” riprodotti fino alla saturazione, così avremo, nei prossimi anni, una cucina di eccellenze in grado di realizzare il “banchetto della nausea” allestito con buon anticipo dagli artisti pop. D’altronde, dal masterpiece al masterchef il passo è breve, anche verbalmente. Proprio come profetizzato da Oldenburg, con i suoi dolci colorati, luccicanti, palesemente finti e disturbanti, una mattina ci siamo svegliati e nelle vetrine delle pasticcerie sono comparsi dolci fosforescenti, colorati e ruffiani. Il cake-design ha assassinato la panna, il pan di spagna, le creme, il cioccolato (quello vero) e le meringhe, tutto ciò che ha sempre rappresentato, almeno per molti di noi, la primordiale ed infantile felicità. Oltre a tutti i suddetti “crimini”, questa moda ha una colpa ancora più grossa e subdola: è facile, alla portata di tutti. In altre parole, drammaticamente pop. In poco tempo, coloranti e arnesi da decoro hanno invaso negozi e botteghe. Al posto di tegami in rame o acciaio sono arrivati bastoncini per fare piedini ed occhietti e persino pannolini! La pasticceria si è trasformata in un lavoro di riproduzione in scala di oggetti senza anima. Un tempo, si andava a cena a casa di amici e ci si presentava con un vassoio di pasticcini, con una crostata, un tiramisù. Ora, quando scatta l’ora del tragico (il più delle volte) invito, abbiamo paura di ritrovarci con la torta a forma di pesciolino Nemo o di borsa stopposa e mal cotta e con la base di polistirolo ( che costituisce anche il grosso della torta). Torniamo a credere nella bontà ontologica della torta della nonna! La pasticceria di casa nostra non ha bisogno di tappeti di pasta di zucchero che la coprano. Ammiriamo come opere (quasi) artistiche queste nuove torte, ma non abbandoniamo le nostre radici. Perché, senza scomodare Oldenburg o manuali di filosofia, come avrebbe il nostro grandissimo Albertone nazionale: “bello tutto.. ma la torta ‘ndo sta?!” Ai posteri l’ingrato compito di svelare l’arcano…

 

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