Accadde oggi a Cinisi, perché “la mafia è una montagna di merda” In evidenza

Scritto da  Adele Consola
Pubblicato in Accadde Oggi
Lunedì, 09 Maggio 2016 07:41

Da Radio Aut a Democrazia Proletaria, un sessantottino dilaniato dalla mafia.
Un boato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978 squarcia il silenzio nella stazione ferroviaria di Cinisi, Palermo. Un fragore che azzittisce con brutalità una voce tagliente come la lama di un coltello, quella di Peppino Impastato. Speaker anticonformista, cuore di Radio Aut, giornalista, politico e attivista. Un pensiero spento pochi giorni prima delle elezioni Comunali di Cinisi, alle quali era candidato con la lista di Democrazia Proletaria. Una carica di 5 chili di tritolo sotto il corpo disteso sui binari, per metterlo a tacere per sempre.
E' indicativo che le forze dell'ordine e la magistratura vollero far pensare ad un atto terroristico, in uno Stato che anni dopo, come puntualizzò il fratello Giovanni in un'intervista, presenta "nel Parlamento di un Paese civile e democratico il 10% dei deputati e senatori che ha avuto a che fare con reati di mafia e di corruzione". Si parlò anche di suicidio, nel tentativo di distogliere l'attenzione e "proteggere" la mafia, ma per Peppino sarebbe stato un gesto troppo arrendevole! Svanì tutto in una bolla di sapone finché nel 1996 la madre, il fratello e il "Centro siciliano di documentazione Impastato" non presentarono un esposto affinché fosse fatta chiarezza sull'intera vicenda. Ma anche se ci sono poi state le sentenze di condanna per Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo, quali mandanti del delitto, la sete di giustizia non fu appagata, perché lui stesso sarebbe andato oltre. Aveva osato andare contro il suo stesso sangue, facendo diventare il microfono di Radio Aut, emittente libera da lui fondata a Terrasini due anni prima del tragico evento, una spada per stuzzicare, con ironia, il capomafia Gaetano Badalamenti che ribattezzò "Tano Seduto", lui che ad una famiglia mafiosa ci apparteneva. Quel Don Tano che apparteneva a quel genere di persone che i palermitani definivano "malacarne". Quel Don Tano che abitava a soli 100 passi da casa di Peppino, e al quale, senza mezzi termini, aveva sentito il bisogno di urlare senza paura che "la mafia è una montagna di merda!", come ricorda anche il film a lui dedicato e magistralmente diretto da Marco Tullio Giordana.
Peppino di avvicinò alla politica da liceale ed in particolar modo al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), creando, insieme ad altri "compagni", la sua prima arma di protesta: il giornale "l'Idea Socialista". La sua energia, il suo rifiuto verso il sistema-mafia si evince chiaramente da una nota biografica nella quale scriveva: "Arrivai alla politica... su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai diventata impossibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto... aveva concentrato tutti i suoi sforzi... nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale...". Riflessioni purtroppo impensabili per un diciassettenne di oggi. Organizza, in seguito, il circolo "Musica e Cultura", il seme che fa sbocciare Radio Aut, la voce di quanti, come lui, non avevano paura. Con l'evolversi dei vari stadi processuali Badalamenti e il suo luogotenente Palazzolo furono condannati rispettivamente all'ergastolo e a 30 anni ma morirono poco dopo, mentre gli esecutori materiali non furono mai stati trovati. Nel 2004 muore la mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, forse in parte serena per aver avuto un briciolo di giustizia, lei che in un'intervista poco prima della morte dichiarò che lo avrebbe difeso finché avesse avuto gli occhi aperti; lei che con la stessa tenacia si trovò sola a lottare contro il marito che avrebbe voluto sbattere il figlio fuori di casa per far capire a chi di dovere che i messaggi erano stati recepiti. Dopo l'inevitabile terremoto tutto doveva tornare come prima. La mattina di quel 9 maggio, oltretutto, la notizia venne offuscata dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. In un testo scritto dal fratello, dal titolo "Resistere a Mafiopoli", Giovanni Impastato afferma: "Nel libro viene descritto il periodo più bello della nostra vita che è stata l'infanzia... Io e Peppino giocavamo con uno dei maggiori boss di quel periodo, Luciano Liggio... Poi tutto cambia il 26 aprile 1963, quando nostro zio, Cesare Manzella, viene ucciso in seguito ad un agguato mafioso da un'autobomba. Li finisce la nostra infanzia". Una testimonianza che, insieme alla nota biografica di Peppino, racchiude l'essenza di un sistema che aleggia nell'are invisibile e indisturbato, ma che quando gli equilibri si spezzano distrugge, tra l'indifferenza di tutti, persone e cose.
Fu un finto funerale quello del nostro eroe, perché all'interno della bara non c'era niente, perché le organizzazioni criminali di quella entità non lasciano tracce, polverizzano persone e sogni. Un finto funerale con tanti "compagni" di Peppino vigili all'inno: "Peppino è vivo e lotta insieme a noi" ma con pochissimi compaesani al seguito e ancor meno familiari. Perché "Si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale tiporterà dolore", Modena City Ramblers docent.

Moda e Tendenze

Cerco Lavoro

da queste pARTI

JoomShaper