Contro il Dio della Morte: la parabola di Niki Lauda

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È morto allʼetà di settantʼanni Niki Lauda, la leggenda della Formula 1. Era da tempo ricoverato in una clinica in Svizzera, dopo che lo scorso agosto era stato sottoposto a un trapianto di polmone. Nel decennio tra il 1975 e il 1985, ha scritto pagine importanti. La sua è una storia fatta di vittorie e di incidenti, di spaventose cadute e di gloriose rinascite. Nato a Vienna il 22 febbraio 1949, Andreas Nikolaus crebbe in una famiglia aristocratica che mal sopportava i suoi sogni pindarici. Nel 1968 lasciò l’università e iniziò la carriera automobilistica, correndo in Formula Vee, successivamente in Formula 3. Per arrivare in Formula 2, fu costretto a farsi prestare ingenti somme di denaro. Nel ‘71, quando era prossimo all’accordo con la March per correre non solo in F2, Louis Stanley, patron della BRM, gli offrì un posto in squadra, in cambio della firma immediata di un contratto biennale. Lauda accettò, non sapendo di essere seguito con attenzione da Enzo Ferrari. A Maranello era, infatti, in atto una rivoluzione che puntava alle nuove generazioni. Per portare avanti questa metamorfosi, il Drake, come veniva chiamato Ferrari, richiamò una sua vecchia conoscenza, Clay Regazzoni. Al ticinese andava affiancata una seconda guida e la scelta ricadde su Lauda, la cui presenza fu caldeggiata proprio da Clay, memore dei trascorsi in BRM. Il rapporto tra Lauda ed Enzo Ferrari fu, sin dagli esordi, tormentato, difficile.  Nell’autunno del ‘73, in occasione del primo collaudo a Fiorano, il Drake chiese a Niki un parere sulla monoposto e l’austriaco non si fece problemi a definire la vettura con un termine così poco edificante, che nessuno ebbe il coraggio di tradurre. Però Lauda, con spirito propositivo, elencati i problemi, suggerì anche le soluzioni. Ferrari, pur colpito nell’orgoglio, fece apportare le modifiche richieste.

Per Lauda, nel bene e soprattutto nel male, il 1976 rappresentò l’anno della svolta, che lo vide protagonista di un duello entusiasmante – raccontato anche da Hollywood con il celebrato “Rush” di Ron Howard – con il pilota McLaren, James Hunt. L’austriaco era in testa alla classifica quando, il 1° agosto, durante il Gp di Germania sul temuto e sinistro tracciato del Nurburgring Nordschleife, che aveva spezzato l’esistenza di più di cento piloti in meno di cinquant’anni, finì contro le barriere prima di essere completamente avvolto dalle fiamme. Furono i primissimi, tempestivi, soccorsi, prestati da alcuni piloti come Arturo Merzario, il suo storico amico-nemico, a salvargli la vita. Ricoverato d’urgenza, venne dato per spacciato. Ferrari, si racconta, non perse tempo a cercare un sostituto e sarà proprio questo gesto a deteriorare ulteriormente il legame fra i due. Ma si sa, the show must go on… nella vita e, ancora di più, negli affari. La sua proverbiale forza di volontà, riportò Lauda al volante della Ferrari già quarantadue giorni dopo, a Monza, nonostante le ferite e i vari problemi di salute, con i quali, farà i conti per tutta la vita. Tuttavia, le condizioni fisiche precarie non gli impedirono di portare la 312 T2 ad un  dignitoso quarto posto. La resa dei conti con Hunt si consumò, più poeticamente, in Giappone, sotto una pioggia torrenziale e all’ombra del Fuji: Lauda deciderà di ritirarsi tra le polemiche per una gara che, probabilmente, andava rinviata, mentre il rivale entrerà nell’Olimpo dei campioni del mondo, ottenendo il titolo con un solo punto di vantaggio sul ferrarista. Il secondo trionfo, per Lauda, arriverà un anno dopo: il suo dominio era talmente lampante,  che  poté persino permettersi il lusso di non correre le ultime due gare, dopo la definitiva rottura del rapporto con Enzo Ferrari. Alla fine  del ’79, il clamoroso ritiro dalla F1. Tre anni dopo, il ripensamento: firmò con la McLaren nel 1982, tornando a vincere il titolo mondiale nel 1984.

Lo stile di guida di Lauda resta inconfondibile, un graffio quasi impossibile da imitare.Campioni così non esistono più. Il suo mito, fatto di grandi attese ed eventi drammatici, di tenace resistenza contro il Dio della Morte, sopravvive proprio per la sua parabola epica, la cui potenza è oltre il tempo e lo spazio. Gran parte del fascino di simili avventure nasce dalla presenza di intrinseche contraddizioni, che diventano metafore della condizione umana. La figura di Ulisse, catturato ora dal desiderio di conoscere, ora dalla nostalgia del ritorno, è, in questo senso, emblematica . Questa incongruità si incontra anche nel mito di Lauda. L’avventura della sua esistenza è ostinatamente vitalista, ma per essere tale ha sempre avuto bisogno della morte. Così, la sua vicenda diventa lo spunto per avviare una riflessione sulla morte, dimensione rimossa fino ad essere diventata tabù, troppo imbarazzante per una società che vive di apparenze e di consumi, e che deve quindi occultarla per poter  continuare a consumare, mentre fagocita persino se stessa.  Invece, l’avventura agisce al contrario: non nasconde mai i limiti della natura umana, mentre cerca, al contempo, strenuamente di forzarli almeno un poco, dicendo al Dio Morte (come suggerito da una controversa e popolarissima saga fantasy): ‘non ancora’.

Non ancora.

Perché lʼicona di Lauda ha tutti gli ingredienti per resistere al logorio del tempo.

 

 

Eleonora Belfiore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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