Il Warhol che non ti aspetti alla Reggia di Caserta In evidenza

Scritto da  Eleonora Belfiore
Pubblicato in da queste pARTI
Martedì, 05 Luglio 2016 10:38

Edonista, apparentemente cinico, spietato cantastorie della società dei consumi: Warhol è stato tutto questo e molto di più. La sua opera ha sempre una duplice valenza, in un certo senso egli si muove sulla scia di quelle profonde speculazioni filosofiche ed analitiche che hanno caratterizzato, in maniera emblematica, il " Surrealismo".
Forse non tutti sanno che nella splendida Reggia di Caserta, è custodito uno dei capolavori di Andy Warhol.
Stiamo parlando di "Fate Presto", opera che documenta la tragica furia del terremoto dell'Irpinia nel 1980.
Un anno dopo, Andy Warhol, l'eclettico artista internazionale, colui che più di altri colleghi incarnò l'essenza della Pop art, creò un'opera della serie "Headlines", un'opera-titolo realizzata rielaborando, appunto, titoli di giornali.
L'artista lavorò sul formato e sui toni cromatici dell'originale creando così il famoso trittico "Fate presto": tre tele monumentali, serigrafate e inchiostrate, che rievocano il disastro che devastò la provincia di Avellino nel 1980. Abbandonati al loro destino, gli inermi chiedono ad alta voce, ripetutamente, i soccorsi. E' un grido simile a quello che Géricault rappresentò ne "La zattera della Medusa". L'artista francese colse l'attimo in cui i naufraghi videro lontana all'orizzonte la sagoma di una nave: era il brigantino Argus, che trasse in salvo solo 15 superstiti.
"Fate presto" esorta ad un tempestivo intervento a soccorso delle vittime del sisma, concentrando l'attenzione sulla furia del terremoto, sui suoi risvolti sociali e stimolando le reazioni di solidarietà.
Senza retorica, Warhol sceglie la prima pagina del «Mattino» e il titolo "Fate presto!", strillato su 5 colonne, che saranno riprodotti in un trittico, richiamo ideale a quei trittici che nel Trecento erano posti sugli altari delle chiese, dove insieme con le belle Madonne si mostravano i martiri e le stragi degli innocenti.
Una piccola curiosità: il grande gallerista Lucio Amelio si recò insieme a Michele Buonomo a New York, presso la mitica Factory di Warhol portando vari articoli di giornale.
L'artista scelse immediatamente quel "Fate Presto" del "Mattino", come filo conduttore della sua opera.
L'opera di Warhol può sembrare algida e superficiale. La sua estetica è stata definita disincantata, provocatoria, nichilista. Ma la sua arte ha molto a che fare con gli abissi dell'animo umano, con le ipocrisie del nostro tempo, con quella incontrollabile voglia di trasformare in business persino le sciagure che ci toccano in sorte e di trarre profitto da ogni umana tragedia, in un vortice bulimico di (finte) emozioni sbattute in prima pagina e pornografia dei sentimenti, e, in ultima istanza, ha molto a che fare con la vita e la morte. Temi che soltanto la grande arte sa mettere insieme.

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