Eroine tragiche: la Giuditta di Artemisia Gentileschi. AL MUSEO DI CAPODIMONTE

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Mercoledì, 04 Maggio 2016 16:28

Cari lettori di RadiCe, inauguriamo questa rubrica con una bella notizia: è di nuovo
visibile al Museo di Capodimonte la "Giuditta che decapita Oloferne" di Artemisia Gentileschi . Il celebre dipinto rientra a Capodimonte a seguito della mostra "Masterworks in Dialogue", in quel di Francoforte.
"Giuditta ed Oloferne" è sicuramente uno di quei dipinti che rende lustro al patrimonio artistico e museale della Campania.
Figlia di Orazio Gentileschi, figura centrale nella tumultuosa storia della pittura dei primi anni del Seicento, Artemisia Gentileschi venne istruita dal padre nell'arte del dipingere e fu proprio nella bottega di famiglia, che, ancora giovanissima, subì una violenza carnale da parte di Agostino Tassi, collaboratore di Orazio. Lo stupro della pittrice ha dato luogo ad una delle cosiddette causes célèbres del Seicento. Il reato è ampiamente documentato dalle testimonianze raccolte durante il processo, iniziato nel marzo 1612 e durato sette mesi. Oltre ad una brutale visita ginecologica da parte di un'ostetrica, l'artista fu sottoposta alla «tortura della Sibilla», così chiamata perché con essa, per mezzo di un doloroso stritolamento delle mani, ci si aspettava di ottenere la verità e di purificare l'accusata attraverso la sofferenza fisica.
Il processo si concluse con la condanna del Tassi a cinque anni di esilio.
Proprio dopo questi tragici fatti, la Gentileschi dipinse la "Giuditta che decapita Oloferne".
Giuditta era un'eroina giudea,fiera ed indomita, che fece innamorare il generale assiro Oloferne, i cui soldati stavano assediando la città di Betulia. Dopo aver fatto ubriacare il condottiero, una volta sedotto, Giuditta lo decapitò privando così gli assiri del loro più valoroso condottiero. La donna mise, così, in fuga i nemici del suo popolo. L'artista potrebbe essersi ispirata al precedente caravaggesco, nella scelta di rappresentare il momento più difficile e violento e per quanto concerne alcuni particolari compositivi, come la posizione delle braccia di Giuditta e della testa di Oloferne.
Lo scopo principale della pittrice è il mettere in scena l'atto saliente della decapitazione, restituendo una rappresentazione estremamente realistica: Giuditta affonda la lama nella gola del tiranno, aiutata dall'ancella che, partecipando attivamente all'assassinio con espressione impassibile, lo tiene fermo. Oloferne tenta di liberarsi, divincolandosi dalla presa di Abra, mentre Giuditta compie l'atto con estrema determinazione; le lenzuola bianche su cui è coricato Oloferne, si macchiano del suo sangue.
Un altro tratto importante è la fonte di luce che illumina i corpi dei personaggi e che conferisce al dipinto un forte coinvolgimento drammatico.
Ma c'è di più: Artemisia ha voluto dare alla bella Giuditta il proprio volto, mettendo su tela le inquietudini ed il dolore che la tormentarono per il resto dei suoi giorni. Quell'oltraggio non venne mai dimenticato e fu un marchio con cui la pittrice dovette convivere per tutta la vita.
Nonostante questa scabrosa vicenda, ebbe un eccezionale riconoscimento in campo artistico e fu la prima donna ad essere ammessa all'"Accademia dell'arte del disegno" di Firenze.

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