Il Pallagrello: rotonda perfezione

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Orazio avrebbe detto “nunc est bibendum”, ma, a me piace “omnia vincit amor” di Marone, perché si, il vino è un atto d’amore che domina su tutto.
La Campania è ricca di queste storie d’amore fatte di territori, di sfide, di caparbietà e di successi, nomi noti e meno, che accompagnano ed inebriano le nostre tavole da millenni.
L’espressione più pura e nobile, ben nota al blasone borbonico, è il Pallagrello, o meglio ancora il Piedimonte, in doppia accezzione bianco e rosso, cosi nomenclato nel IV e V raggio della Vigna del Ventaglio. Questa vigna era la collezione privata del Re Ferdinando IV di Borbone, che affidò la progettazione e la realizzazione della stessa al Vanvitelli padre, che tra un cippo marmoreo, di chiaro travertino di Bellona, ed una pianta di rose, realizzò i 10 raggi di questo maestoso e recintato ventaglio, uno per ogni cultivar degna di nota e caro ai palati reali.
Ma il Piedimonte era il più gettonato, e per far fronte alla continua richiesta durante i banchetti cerimoniali, si ritornò a dar lustro al luogo ove tutto ebbe inizio: la vigna del Monticello, sita in Piedimonte d’Alife, tra il Cila e le alture calcareo-alluvionali di San Michele.
Già ai Sanniti questo purpureo nettare era caro, i primi tralci erano giunti a loro dalla Magna Grecia, e dopo un’addomesticazione ad alberello, per meglio adattarsi alle rigide gelate ed ai venti provenienti da più quadranti, le nobili uve venivano raccolte tardivamente e lo zuccherino mosto posto nella nuda creta degli kwevri a ribollire fino a pochi momenti prima di entrare con grande acclamazione sulle tavole.
Per anni è andata avanti così, poi la creta fu sostituita da tini e botti in quercia e castagno locali, molto più comodi ed atti ad arrotondare ed armonizzare il buon tenore alcolico di questo vino, che tra periodi più o meno fasti giunge all’epidemia di fillossera di fine ‘800. Risparmiò solo pochi moggi vitati di questa varietà.
Il ‘900 e l’avvento di impianti più redditizi portarono il Pallagrello quasi a scomparire, nessuno lo produceva più in purezza, e quel poco prodotto era usato per dar corpo ai vari tagli; ma poi come in tutte le favole ritorna a risplendere il sereno e negli anni ’90, grazie a dei lungimiranti produttori, ed un nuovo territorio, la piana di Caiazzo, furono impiantate delle nuove barbetelle bimembra che pian piano e non con pochi sforzi hanno riportato ad antico splendore questo prezioso ed inebriante nettare: sua Maestà il Pallagrello.Corposo vino di buona acidità e di opulento bouquet che spazia tra le delicate note di fiori bianchi e di frutta gialla matura e con note di macchia mediterranea per il bianco, e la frutta rossa, le bacche e le marasche in composta per quello rosso, il tutto dopo un rotondo passaggio in barrique. Figlio eletto di questa Terra, che dai piccoli rotondi acini ne prende nome e lo eleva alle note degli annali.

Autore: Umberto Ventriglia

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